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All’ombra delle statue
All’ombra delle statue

“Twenty-five years after Appomattox, the general who had led the crusade to divide and destroy American democracy stood high astride his monument”

David W. Blight*

Il messaggio dei monumenti confederati statunitensi è la segregazione razziale

Non provo simpatia per chi distrugge le statue. Anche se, il più delle volte, devo ammettere che ne provo ancor meno per chi le erige. 

Distruggere le statue significa negare il passato invece che comprenderlo. Chi distrugge le statue in Europa è un teppista ignorante e conformista che aggredisce tardivamente un passato sedimentato e inerte. 

Non così per le statue negli Stati Uniti, dove il passato della schiavitù e della separazione delle razze non è passato per nulla, ma continua ad evolversi ed agire nel presente dopo aver funto da pilastro per la segregazione razziale e il predominio dei bianchi. 

È importante capire, allora, cosa significano le statue che vengono abbattute e perché vennero erette. Lo fa benissimo  David W. Blight** in un  potente articolo apparso sul New Yorker ad inizio luglio. 

Quelle statue – spiega l’autore – sono il prodotto di una revisione della memoria. Nei 20 anni che seguirono la fine della Guerra Civile, diverse organizzazioni culturali e associazioni di veterani cominciarono a propagandare il mito della “Lost Cause”. Secondo questa narrazione la Confederazione, vera erede della guerra di indipendenza americana, si era eretta a baluardo della civiltà con coraggio e passione. Solo le forze soverchianti degli interessi industriali nordisti avevano avuto ragione del sacrificio generoso dei soldati confederati e, così facendo, avevano turbato l’equilibrio nel quale le razze avevano dato il meglio di sé, ognuna al suo posto. Questa narrativa, nata come una forma di consolazione per la terribile sconfitta militare e le pesanti condizioni economiche imposte agli sconfitti, fu propagandata da ex ufficiali confederati – molti dei quali erano membri del neonato Ku Klux Klan – e infiocchettata da storie di soldati gentili e di rapporti amorevoli tra gli schiavi e i loro solleciti padroni***

Quando Jefferson Davis, il presidente della Confederazione, venne liberato nel 1867 senza neppure un processo per tradimento, il suo contributo alla nuova narrazione razzista si materializzò in un’opera imponente nella quale si sosteneva, tra molte altre cose, che la schiavitù avesse trasformato masse di selvaggi improduttivi in milioni di lavoratori cristiani.

La sua statua, che ora viene ora abbattuta, fu eretta come altre centinaia per ribadire, in sostanza, che la Lost Cause era, in fondo, la causa giusta.

Il suprematismo bianco salì sul piedistallo come elemento portante della società assieme a generali e politici che avevano lottato e perso per difendere con le armi lo stesso principio e conseguente stile di vita.

Come scrive Blight: “From the eighteen-nineties through the First World War, as Jim Crow laws and practices spread across Southern states, and as lynching became a ritual of terror and control,[…] hundreds of monuments, large and small, (were placed) all over city squares and town centers. By 1920, virtually no one in the South, black or white, could miss seeing a veterans’ parade, or a statue of a Confederate soldier leaning on his musket with sweet innocence and regional pride. Schools, streets, and parks were named for Confederates. And, at one dedication after another, the message sent to black Southerners was that the Lost Cause was no longer lost”.  

*Europe in 1989, America in 2020, and the Death of the Lost Cause – New Yorker 1 luglio 2020

** Ibid.

*** È così che nasce, tra l’altro,  l’immaginario rappresentato in Via col Vento: la nobile famiglia sudista e l’amata, florida e coccolata governante nera.  Le migliaia di madri alle quali i figli furono venduti come capi di bestiame non compaiono nel quadretto. Anche qui, però,non si tratta di “mettere all’indice” un pezzo di storia o un prodotto artistico, quanto di contestualizzarlo con l’aggiunta della verità che manca. 

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