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Diario di una combattente: la biografia romanzata di Fernanda Wittgens
Diario di una combattente: la biografia romanzata di Fernanda Wittgens

“Donna terribile”, “valchiria”, ma soprattutto un’umanista coraggiosa, antifascista, ostinata e controcorrente: questo fu Fernanda Wittgens, prima direttrice della Pinacoteca di Brera. Oggi un romanzo edito da Salani ci restituisce il ritratto di questa donna che visse per l’arte, la giustizia e la libertà.

Il Cristo morto, il Polittico di San Luca e la Madonna dei Cherubini del Mantegna, la Pala di San Bernardino di Piero della Francesca, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la Cena di Emmaus di Caravaggio e Gesù alla colonna del Bramante. Sono alcuni dei “capolavorissimi” che Fernanda Wittgens contribuì a salvare durante la Seconda guerra Mondiale. Era così che lei, prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera, chiamava quelle opere inestimabili di cui fece la sua vita. Una donna dalla grandezza discreta, una creatura umile ma, come un’allodola, possente e sublime. E proprio l’ “Allodola” – soprannome datole dal suo mentore Ettore Modigliani che sostituì alla direzione del museo con l’avvento delle leggi razziali – si intitola la biografia romanzata di questa donna la cui vita fu trascinata dalla passione per l’arte, ma anche dagli ideali di giustizia e libertà, scritta da Giovanna Ginex e Rosangela Percoco ed edita da Salani, con uno scritto introduttivo dell’attuale direttore della Pinacoteca, James Bradburne. È proprio lui a sottolineare come non ci fosse persona più adatta a scrivere un romanzo sulla Wittgens di Giovanna Ginex, autrice della sua prima biografia del 2017. Una familiarità inarrivabile con la figura di una delle più importanti storiche dell’arte e direttrici di museo italiane che si deve, tra l’altro, a vent’anni di interviste a chi aveva conosciuto e lavorato con questo personaggio straordinario. Fra tanti “capolavorissimi”, la Wittgens ebbe un ruolo fondamentale anche nel salvare il Cenacolo di Leonardo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie e per questo ottenne il diploma di I classe con medaglia d’oro.

La copertina del libro “L’allodola” edizione Salani

Tra le pagine del romanzo, pare di vederla impacchettare in fretta le opere per proteggerle dai raid aerei, affrontare le discriminazioni di genere e lottare per i sussidi per la “sua” Brera, che nel libro, scritto in prima persona, lei chiama “mio amore e supremo orgoglio”.

Nel marzo del 2014, sul Monte Stella di Milano, nel “Giardino dei giusti di tutto il mondo” è stato piantato un pruno e posato un cippo di granito, in memoria e in onore di Fernanda Wittgens per la sua opera contro la persecuzione degli ebrei. Fernanda riuscì a favorire l’espatrio di molti di loro, fin quando un giovane ebreo tedesco collaborazionista non la denunciò, causandone l’arresto nel ’44. Incarcerata prima a San Donnino a Como e poi a San Vittore a Milano, riuscì però a fuggire; reintegrata alla direzione della Pinacoteca cominciò la sua lotta contro un terribile paradosso: Brera non era nell’elenco delle istituzioni a cui erano destinati i fondi per i restauri stabiliti dal Comitato americano. La Wittgens, alla guida di operai e studenti, sostenuta da intellettuali, studiosi e direttori di musei, non si arrese: la Pinacoteca di Brera riaprì il 9 giugno del 1950.

La sua caparbia ostinazione portò a risultati incredibili: nell’autunno del 1953 Milano ospitò la grande mostra di Picasso (l’altra tappa era stata Roma) e nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale drammaticamente sfigurata, a sottolineare il dramma e il potere distruttivo della guerra, fu posto eccezionalmente il celebre Guernica. La Wittgens si era dovuta battere strenuamente perché Palazzo Reale ospitasse la rassegna, visto che una normativa comunale impediva di allestirvi mostre di “artisti viventi”. Muovendo amicizie e autorità era riuscita a ottenere in prestito le opere migliori del maestro il quale, di fronte all’idea di collocare l’opera, che inizialmente non avrebbe mai voluto prestare, nella devastazione della Sala delle Cariatidi, dette il suo assenso.

Questo episodio suggerisce quanto la Wittgens fosse sensibile all’arte e alla cultura moderna, ma altre sue iniziative rivelano anche un notevole spirito imprenditoriale col quale anticipò il marketing moderno dei musei. Siglò, ad esempio, un accordo con la Rinascente che prevedeva la cessione della Danza degli amorini di Albani – adatto alle vetrine del grande magazzino – in cambio di composizioni floreali con cui abbellire le sale, accompagnate da una serata d’ingresso gratuita e a sfilate tra i capolavori. Uno spirito moderno, dunque, anche nella concezione dell’istituzione museale, intesa come “museo vivente”: «Era necessario che Brera, e con lei gli altri musei, si tramutassero da raccolte di oggetti catalogati, cioè da “archivi”, in luoghi di confronto, così che il visitatore potesse uscirne con la convinzione che il mondo delle arti figurative non apparteneva a una classe di iniziati ma era accessibile ad ogni uomo».

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