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Caffè con il morto
Caffè con il morto

Come si forma chi comunica? A partire da un post su Facebook una riflessione sul percorso eclettico di una professione, quella del giornalista, nella quale l’apprendimento passa attraverso la vita reale, l’errore e il miglioramento. 

“Faccio il magazziniere, vorrei diventare giornalista. ho trovato questo corso di formazione, vi pare interessante. Che consigli avete?”

Questo, in sintesi era un post su un gruppo Facebook di giornalisti pubblicisti. Nella sezione commenti circa 200 risposte. È un tema che appassiona. A parte le considerazioni economiche – se non sei ricco di famiglia lascia perdere, perché la strada è lunga e le occasioni di guadagno incerte – la domanda mi ha riportato al mio percorso. E a quello dei miei amici.

Che strada abbiamo fatto per arrivare qui, in un’agenzia in crescita che fa del contenuti di qualità – quindi di giornalismo – uno dei suoi fiori all’occhiello?

Ho chiesto.

Il mio capo, uno dei direttori di “struttura complessa” del Gruppo, faceva il catering nello studio di un importante medico legale dove si tenevano corsi di autopsie. In pratica faceva il caffè con le salme distese sui tavoli a pochi metri di distanza.

Io montavo palchi come facchino a chiamata e trasportavo fari da 200 kg sulle gradinate dei teatri. Si lavorava per montare o smontare i palchi dei concerti, partendo anche alle tre di notte per raggiungere le città vicine.

L’amministratore delegato vendeva libri porta a porta, e in campagna veniva rincorso dai cani nei giardini. E sono sicuro che molti altri, interpellati, racconterebbero storie così.

Intanto scrivevo e pubblicavo, imparando il modo di scrivere grazie alla fortuna di avere chi mi insegnava tirandomi gli articoli appallottolati in testa. Ho imparato così: carpire il cuore della notizia, cosa è marchetta e cosa no; a valutare da solo il mio lavoro, diventando l’unico responsabile che dice: è fatta bene; è verificata; è corretta (per quanto umanamente possibile).

Ho appreso che l’essenza del comunicare è trasferire informazioni; che il contenuto è più importante della forma; che non esiste un articolo perfetto, ma esistono diversi modi dignitosi di scriverlo. Ho imparato a fare le cose perché se non le facevo io non le avrebbe fatte nessuno; ho imparato a gestire la tensione delle scadenze, la fatica delle risposte ritardate e la rabbia per gli errori che, un volta sfuggiti, sono irreparabili, ma possono divenire la memoria che ti impedirà di ripeterli; ho messo a fuoco la giusta quantità di egoismo buono nel chiamare superando la timidezza e la paura di disturbare, ma senza disturbare troppo; ho imparato che tra colleghi non ci si devono prendere libertà mai, ma che se ci vuole bene si lavora infinitamente meglio. E tante altre piccole cose.

Ma se mi chiedo come le ho imparate, la risposta è vivendo e lavorando, in parte come una artigiano che fa vasi, come diceva il mio maestro.

E se mi chiedo: “Come posso insegnarlo?” la risposta non è in un corso. È nel percorso nel quale posso accompagnare le persone alle quali insegno. Magari con un pizzico di cura e di gentilezza in più rispetto a quello che era in voga venti anni fa.

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