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Ha ancora senso fare i medici volontari in Africa?
Ha ancora senso fare i medici volontari in Africa?

Dopo 10 anni di missioni intermittenti tra Kenya e Africa Occidentale, Domenico Schiano Lomoriello, ora responsabile della UO Segmento Anteriore della Fondazione G.B. Bietti, rievoca l’immagine realistica del bisogno, della bellezza, della corruzione e delle incongruenze che si intrecciano inscindibilmente lungo il percorso di un volontario in Africa.  

La cataratta è la prima causa di cecità evitabile al mondo. Milioni di persone diventano cieche a meno che non si sottopongano a un intervento che in Italia è considerato, pur con tutte le cautele, di routine. In Africa non ci sono neppure lontanamente abbastanza medici per il bisogno – spiega Domenico Schiano Lomoriello-. Tra il 2004 e il 2014 ho avuto la fortuna di partecipare a diverse missioni del progetto “Ridare la luce”, organizzato con il sostegno dell’Aeronautica Militare e l’Associazione A.F.Ma.L. (Associazione con i Fatebenefratelli per i Malati Lontani). Ho visitato soprattutto gli ospedali Fatebenefratelli ad Asafo in Ghana, Afagnan in Togo, Tanguietà in Benem, nell’Africa Occidentale, e la missione di (NOME) in Kenya”.

Come funziona una missione medica in Africa?

Arrivavamo con gli aerei e gli esperti logistici dell’Aeronautica Militare che trasportavano equipaggiamenti, strumenti e farmaci. Raggiunto l’ospedale, quasi sempre in aree rurali dove il bisogno era maggiore, allestivamo un ambulatorio e una sala operatoria. I pazienti, richiamati in anticipo dalla radio (all’epoca il principale strumento di informazione) ci raggiungevano, a piedi o con qualsiasi mezzo, dai villaggi più sperduti. Le missioni duravano circa due settimane per volta e operavamo tra le 100 e le 150 persone tra quelle visitate.

Quali ricordi le sono rimasti più impressi?

I ricordi più istruttivi, se non i più importanti, sono le difficoltà.  C’è una rete inattesa di piccoli, anche meschini interessi che devono essere negoziati per avere una missione di successo: dall’infermiere che si vende le visite sottobanco, al paziente che smercia le medicine al mercato appena dopo averle ricevute. Non ci si deve aspettare di essere aiutati, ma ostacolati dalle persone che si incontrano perché molti individui che si incrociano hanno bisogni più pressanti di quello d’aiutare gli altri. Una volta, in Ghana, stoccarono ‘per errore’ le apparecchiature nel magazzino sbagliato dell’aeroporto e dovemmo pagare 1000 dollari per ‘pagare i facchini’, come ci dissero i funzionari responsabili dell’estorsione. 

Poi, ovviamente, esistono anche gli aneddoti piacevoli. Quando, visto che le Autorità tardavano a sbloccare camion e sale operatorie, ‘corrompemmo’ a nostra volta l’autista di una squadra di calcio per portarci dalla capitale verso la missione lontana oltre 11 ore di autobus.  Quando, sempre in Ghana, operammo il re locale (il Ghana è la più longeva democrazia africana, ma con elementi feudali nel suo ordinamento). L’anno successivo, al nostro ritorno, si presentò con un corteo di fiaccole e tamburi per ringraziarci di avergli ridato la vista.

Ho incontrato, in Kenya, tre brianzoli che avevano aperto un ospedale negli anni ‘60 in una zona remotissima ed erano rimasti ‘congelati’ negli usi, nei cibi, nei pregiudizi e convinzioni di un’Italia scomparsa. E ho anche visto i coprifuoco, la legione Straniera in Mali, dove il farmacista dell’ospedale nel quale eravamo appena stati fu ucciso all’arma bianca poco dopo la nostra partenza.

Si può fare ancora cooperazione come 20 anni fa?

20 anni fa era più facile: oggi ci sono più malattie, più terrorismo, meno buona disposizione verso gli europei, perché questo tipo di collaborazione, che era una goccia nel mare comunque, ha perso interesse, anche per il confronto con il modello cinese che sta ‘conquistando’ l’Africa con grande forza, anche se in maniera poco appariscente.

In che modo la presenza cinese cambia lo scenario per gli occidentali?

Dopo 300 anni di sfruttamento coloniale becero e cooperazione post coloniale sostanzialmente inefficiente, aziende e attori cinesi hanno adottato un modello alternativo a quello occidentale: trattano l’Africa non solo come una fonte di approvvigionamento, ma anche come un mercato per merci a poco prezzo.  Questo significa che, oltre a prendere risorse, che pagano con progetti infrastrutturali di aziende cinesi, si adoperano per promuovere abbastanza ricchezza da permettere agli africani di comprare merci cinesi. Ovviamente, tra niente e poco, gli africani preferiscono poco e guardano ai cinesi, e non più agli occidentali, come punti di riferimento.

In questo scenario ha ancora senso andare fare il medico in Africa?

Sicuramente c’è ancora un grande bisogno. Grandissimo. Ma bisogna anche sapere calcolare bene i rischi. Un mese dopo la mia ultima missione in Kenya, una dottoressa dermatologa italiana venne assassinata. Penso anche che il modello della cooperazione debba cambiare. Ora dovremmo fare missioni che portano tecnologia e la radicano; che lasciano qualcosa di diverso anche dopo che se ne sono andate.  Certo che, personalmente, ho ricevuto tantissimo dalle mie brevi esperienze in Africa e vorrei tornarvi.

Cosa le ha lasciato la cooperazione internazionale come medico?

Come medico ma, soprattutto, come persona si riceve in dono molto più di quanto si abbia da offrire. Sul campo si ha la possibilità di capire davvero cosa funziona e cosa non serve. Si conoscono, anche, persone di ogni sfaccettatura. Ho vissuto con individui che emanavano una forza spirituale portentosa, che si avvertiva al pari di un’aurea fisica, tangibile, come nel caso del frate chirurgo Fra Fiorenzo di Tanguità. Ho incontrato tecnici del Nord Italia che passavano le loro vacanze a riparare gratuitamente strumenti per l’analisi del sangue nelle varie città africane. Ho anche visto progetti un po’ ingenui, come di chi cercava di impiantare gelaterie nella campagna kenyota per incentivare l’imprenditoria femminile (non ha funzionato perché, come hanno scoperto le organizzatrici milanesi, i locali non vendevano gelato ma se lo mangiavano direttamente). Ho anche visto intere sale operatorie impacchettate e lasciate lì, perché donate ad ospedali che non avevano i medici per utilizzarle. Ogni missione è un affresco di ricordi, persone, sensazioni e atmosfere che possono essere trasmessi solo parzialmente in parole. E anche l’aiuto che diamo, come medici, ha un valore. È vero che è una goccia nel mare, ma per chi vive in quella goccia, fa tutta la differenza del mondo.

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