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I semi dell’economia civile per il dopo quarantena: tre storie. La prima
I semi dell’economia civile per il dopo quarantena: tre storie. La prima

Resistente perché solidale e abituata alle ristrettezze, l’economia civile può trasmettere creatività, velocità e  cura delle emozioni individuali alla società della ‘ripartenza’. Ci sarà, infatti, un grande vuoto di cultura economica da riempire quando tante abitudini cambieranno nel dopo quarantena. Ma gli ostacoli alla sopravvivenza di cooperative e imprese sociali sono altrettanto formidabili: costi nascosti nei prestiti, rigidità della burocrazia pubblica e regole per la sicurezza costose rischiano di avvantaggiare, come è avvenuto finora, le grandi aziende e soffocare le piccole realtà portatrici di benessere

La società del dopo quarantena sarà diversa economicamente da quella del prima. E non solo per i contraccolpi del tracollo economico che si faranno sentire negli anni a venire con licenziamenti e chiusure. Saranno le stesse abitudini a cambiare, influenzando le consuetudini di lavoro e consumo. In questo scenario di trasformazione non graduale c’è l’opportunità per l’economia civile di allargare l’applicazione e il riconoscimento di alcuni suoi principi base. Tra tutti: la ricerca del benessere per chi lavora e non del profitto per chi possiede; la solidarietà interna al luogo di lavoro nell’essere uniti in un progetto comune; il riconoscimento che il rapporto economico è, quasi sempre e prima di tutto un rapporto umano e può, perciò, includere cura, ascolto e, molto importante per l’economia, fiducia.

Questo emerge dalle tre testimonianze raccolte nel panorama dell’economia civile veronese. Tre piccoli reportage nel mondo reale del lavoro al tempo della quarantena e nei quali, speranza, progetti di rilancio e consapevolezza del rischio di non sopravvivere restituiscono la complessità del lungo periodo di transizione che ci aspetta nel dopo quarantena.

Questa è la prima storia.

LA PRIGIONE DELLA SICUREZZA

Le piccole aziende e cooperative agricole hanno continuato a lavorare, ma molto peggio di prima.

E’ arrabbiato Antonio Tesini. La cooperativa agricola Ca’ Magre, della quale è presidente, aveva imboccato la strada della vendita diretta ai mercatini quando ancora le diciture ‘biologico’ e ‘chilometro zero’ non erano di uso corrente. Nei trent’anni trascorsi dalla fondazione, la Cooperativa nata dalla MAG di Verona ha costruito un legame di fiducia  con le persone che è arrivato alla terza generazione. “Abbiamo venduto ai nonni, alle figlie e ai nipoti, dando lavoro, nel processo, a 20 o 30 persone a seconda delle stagioni impiegate dalla coltivazione alla vendita nei mercatini. Non è una relazione che va al di là di parole limitate come consumo o acquirente, perché è una relazione che non si risolve in un’azione, ma si espande in una relazione”.

Le ordinanze comunali a macchia di leopardo che hanno chiuso i mercatini all’aperto nella provincia di Verona – ma non in quella di Vicenza e Padova, stranamente – mettono a repentaglio tutto questo. “Vendiamo ancora ma all’ingrosso e con un margine che non ci permetterà di andare avanti a lungo. Ovviamente, tutto questo va a vantaggio della grande distribuzione, che ha visto incrementare il fatturato del 50 per cento, ma non si capisce dove sia il corrispondente vantaggio nella salute pubblica: non si capisce perché, cioè, i mercatini all’aperto, con ingresso spaziato, dovrebbero essere più pericolosi dei grandi supermercati chiusi nei quali, ovviamente, si concentrano tutti gli acquirenti visto che altre forme di vendita sono state vietate”.

“E’ un’ingiustizia ed è una politica che rischia di far chiudere tante piccole realtà portatrici di benessere”.

Non è, del resto, l’unica minaccia alla sopravvivenza economica. “I cosiddetti aiuti alla piccola imprenditoria sono prestiti che arricchiranno le banche perché al tasso nominale di 1,5 per cento si aggiungeranno le varie spese più o meno fittizie che porteranno il profitto degli istituti bancari a non  meno del 3 per cento”.

“Ma ancora più pericolose, saranno le regole di sicurezza del dopo. Un’impresa agricola con annesso agriturismo – e con la quale siamo in contatto perché ci fa arrivare le patate di montagna dal Piemonte – ha già fatto i calcoli. Riaprire con nuove dotazioni costerà almeno 25mila euro ma l’agriturismo potrà servire, per rispettare il distanziamento, un terzo dei tavoli che ha apparecchiato finora. Risultato dell’equazione: non riaprirà”.

In questo scenario di misure di sicurezza che danneggiano i piccoli e sempre nuova burocrazia che avvantaggia i grandi c’è una sola nota di speranza. “L’economia civile – dice Tesini – ha due grandi elementi di forza: è solidale, cioè le persone si aiutano a vicenda per conquistare un orizzonte che è di tutti; ed è anche abituata a resistere con poche risorse. Speriamo che bastino anche questa volta”.

“Non sarebbe la prima volta – conclude Tesini – che in nome di un’incerta sicurezza ci vengono imposte meno libertà, più controlli, più concentrazione di potere”.

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