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Il futuro è la mia prima volta a Fortnite
Il futuro è la mia prima volta a Fortnite

Andrà tutto bene, mi dico mentre decido di installare Fortnite e mi impegno ad entrare nel mainstream, nel fenomeno del momento presente, passato e futuro. Da bravo quasi boomer, mi rendo subito conto che monopolizzare televisore della sala per Fortnite darebbe una picconata letale al matrimonio e alla fragile quotidianità di mio figlio, già minata dai video delle maestre che cantano melense canzoncine con voce roca.

Deciso per il PC, mi scontro subito con gli 80 giga da scaricare ed installare. Sono tanti 80 giga, un ammasso alto come una montagna. Sono 2 volte tanto la quarantena, per usare l’unica unità di misura che abbia oramai un senso. Inizia così la mia nuova vita nel futuro virtuale: sbragato sul divano, in lenta attesa che il download e l’installazione facciano il loro decorso, minuti ore e giorni sempre uguali, mentre mi scorrono davanti le immagini di “Masha ed orso”, i nuovi insegnanti post Sovietici del mio bambino.

Così, mentre la TV riassume una finzione e funzione educativa, in mancanza d’altro, io guardo scorrere il download, soppeso il joypad Xbox (il grande acquisto della quarantena, una specie di Giano bifronte, che promette relax e riduce a contorsioni epatiche per un rigore sbagliato in League 1, la Serie C inglese), e mi domando come mai mi sono ridotto a riporre il futuro nello scrigno dorato di Fortnite.

Tutto è iniziato per i colori vivaci, le promesse di un gioco egualitario, che non dipende solo dai cheat, dai soldi spesi, ma soprattutto dalla strategia, dal sapere costruire e sparare. Colpire nel mucchio delle frottole, degli stereotipi, delle superifivalita, e nello stesso tempo edificare qualcosa di nuovo per garantirsi un futuro migliore, ma anche solo una posizione di vantaggio. Mi sembrava una buona prospettiva di futuro. Mi sembrava che odorasse forte di un mio desiderio passato, che avevo dimenticato.

Nel frattempo il timer scorre, Fornite è al 3% da mezz’ora, sulla tavola splende la cena. Masha spiega che “una sorpresa è una sorpresa quando sorprende tutti” (*gif di Lenin nei Simpson che rompe la teca ed esce per la rinascita dell’Unione Sovietica).

Mi chiedo che futuro avrà il mio account di Fortnite: gli ho già trovato un nickname, e mi ritrovo a pensare che sia un po’ da vecchio arnese mettere il proprio nome più data di nascita. Gli altri avranno nomi più scintillanti, curiosi, simpatici. Il futuro si definirà in pochi caratteri: i miei sanno già di ‘anta.

Mentre il bambino dice “ninna”, Fortnite ha toccato la quota 40%, Masha si dimostra come sempre bambina sola, che sottopone a numerose angherie pochi animaletti sempre più innescati nella sua girandola di scherzi, prepotenze varie e alla mercé dei suoi giochi. La perferta bambina del futuro, insomma. Con l’aggravante di vivere sola, in isolamento perenne, in una ridente regione della Siberia russa. Praticamente la situazione attuale, con un orso nei paraggi. Praticamente, la vita di mia moglie.

Ha anche cambiato colore di capelli dalla prima puntata alla terza stagione: deve essere colpa dei parrucchieri chiusi, motivo dell’unico moto di stizza dei cittadini rinchiusi. Che, da bravi assuefatti al Capitale, hanno poi deciso di sfilettarsi da soli il cuoio capelluto, dopo aver acquistato l’apposito strumento sul sito del produttore. Già, su Amazon erano finite tutte. Spesa, macchinette per capelli, mascherine e amuchina: i grandi beni di prima necessità che verranno a mancare. Insieme alla carta igienica, ma i più attenti hanno deciso sin da subito di dedicarsi al giardinaggio, con evidenti intenti sostitutivi per piante a foglia larga e girasoli.

La sera divaga in chiacchiere al balcone con il giorno, sempre le stesse, la grande città si colma delle urla di chi litiga, chiuso in un cunicolo di  frustrazioni e congiunti che non si vorrebbe dover congiungere alla propria vita per così tante ore.

Fortnite continua la sua lenta installazione, sono le 23 e i colori sbiadiscono, l’unico istante di silenzio della giornata diventa una notte senza feste, senza fuochi, solo un pigro vociare di pochi ribelli, vecchietti novelli jihaidisti dell’aria aperta che, arrivati alla sedicesima spesa giornaliera, si raccontano l’un l’altro le gambe sode della Domitilla, la commessa che li ha denunciati.

La polizia, in strada, ferma un cane senza autocertificazione per portare a spasso il padrone e lo multa di 550 giorni di quarantena ulteriore. Un’altra pattuglia interroga un giovane sui suoi rapporti con una congiunta di Talenti, che a suo dire non è tutta questa brava ragazza. È il terzo che la va a trovare, deve avere una collezione di farfalle molto ampia da mostrare. O tanti cugini fino al sesto grado.

Mentre piano piano mi convinco che sì, questo sì chiama sonno, mi ricordo per un attimo del calcio, ma è come un attimo fugace, una carezza, un’apparizione estrema, vivida ma solitaria. Un sogno breve, me ne dimentico subito, per non soffrire troppo. È sospeso, fino a data da destinarsi, come le chiese e i runner, messi al bando per regio decreto. Sento echeggiare le ultime battute di Masha e orso, sono ancora in sala, ululano ad una luna lontana i due lupi, che nella serie sono gli infermieri eroi, che non mangiano mai ma provano a salvare tutti. Ululano lontani alla luna, dall’app spengo le luci, e Fortnite è al 60%, i colori più smorti nell’aria troppo pulita di questa ennesima notte. Faccio uno sforzo per ricordare che giorno è domani, ma lo sbaglio. È il giorno in cui installerò Fortnite, entrerò nel futuro. È sempre domani, il giorno del futuro, mentre spostano a sveglia di quello che bisogna progettare, sognare sempre un pochino più in là, sempre un pochino più lontano. Chiusi dentro casa come in un parco muto grande come un bilocale, con una mascherina per dormire e non respirarsi addosso troppa angoscia. Futuro, now loading 71%, come Fortnite.

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