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Informazione con il burqa
Informazione con il burqa

 

Come la disinformazione e le fake news compromettono il lavoro di reporter e di operatori umanitari in territori drammatici. Le testimonianze in Afghanistan di Medici Senza Frontiere e di Lucia Goracci

 

È la notte del 3 ottobre 2015 quando Sergio Cecchini, responsabile della comunicazione di Medici Senza Frontiere, riceve i primi tweet dai suoi colleghi di un ospedale di Kunduz nel nord dell’Afghanistan: si erano rifugiati dove potevano, perché l’ospedale era sotto il tiro di un C30, aereo bombardiere americano che stava bombardato da circa un’ora il centro traumatologico di Medici senza Frontiere.

Come in tutti i contesti di guerra,all’interno delle reti di informazione vengono diffuse notizie di diversa natura le reti di informazione che iniziano a circolare sono di diversa natura; quello che stava accadendo a Kunduz era palese: le immagini, infatti,  mostravano i reparti di terapia intensiva in fiamme, le bombole di ossigeno esplose,mentre la cronologia dei Tweet dei medici sul posto raccontava a sua volta il ripetersi degli attacchi.

 

Ma già nelle prime ore in cui circolano le informazioni iniziali, c’è chi cerca di deviare l’attenzione verso una narrativa distorta, sostenendo che l’ospedale fosse stato attaccato perché usato come rifugio dei Talebani. Le fonti di queste false notizie sono forze armate e il governo afghano. Addirittura, il giorno dopo l’attacco vengono diffusi video sgranati raffiguranti oggetti neri la cui natura non era chiara che uscivano dalle finestre dell’ospedale, istigando, volutamente, il sospetto che questi fossero armi.

 

Questo racconto che abbiamo avuto l’occasione di ascoltare durante il recente webinar organizzato da Medici Senza Frontiere,Tra propaganda e fake news: i rischi della disinformazione per l’azione umanitaria” è una delle tante testimonianze di come attraverso l’uso distorto delle notizie sia possibile compromettere la reputazione delle organizzazioni umanitarie e di coloro che operano in territori lontani e drammatici, come medici o giornalisti.

Cosa può portare alla produzione di una falsa notizia? Cosa comporta in merito alla percezione di quello che realmente sta accadendo?

Proseguendo il suo racconto, Sergio Cecchini spiega come, prima che si arrivasse all’ ammissione, della  falsità, ovvero  che l’organizzazione umanitaria appoggiasse i talebani, c’è voluto del tempo; nello specifico di questo episodio emblematico, l’elemento chiave che ha riabilitato Medici senza Frontiere agli occhi dell’opinione pubblica è stata la presenza sul luogo del bombardamento di un fotografo che ha potuto testimoniare con atroci, e soprattutto inequivocabili, scatti ciò che stava realmente accadendo. Le sue foto immortalavano corpi bruciati, resti delle sale operatorie, persone che erano sotto i ferri quando l’ospedale è stato bombardato.

Ciò insegna quanto la presenza sul posto sia l’elemento fondamentale per la corretta narrazione dei fatti.

Lucia Goracci, inviata del TG3 in Afghanistan, collegata da Istanbul per il webinar che abbiamo seguito, conferma proprio l’importanza di questo aspetto, che diventa fondamentale per chi fa informazione.

“C’è un rapporto evidente, ma che merita di essere sottolineato, di proporzione inversa tra reporter e fake news; nel senso che più si è presenti sul luogo dei fatti e più si è in grado di verificarli” fa presente la Goracci.

Il giornalismo in Afghanistan è destinato a subire dei duri colpi, molti cronisti sono scappati ma, nonostante tutto, è importate che la stampa straniera stia ancora continuando lavorare in quel Paese, come sottolinea l’inviata del TG3. È diventata virale la provocazione che la stessa Lucia Goracci ha pronunciato verso un talebano, durante un servizio: “Perché non mi guardi quando parlo?”; lei ha potuto rispondere così proprio perché non è afgana. Ad una donna afgana, nei suoi panni, neanche immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere. 
Ecco perché, sottolinea Lucia Goracci, “è importante esserci in Afghanistan come giornalisti stranieri, non spegnere i riflettori e “staffettarsi” nel racconto di quello che accade: più ci siamo, meno fake ci saranno in circolazione”.

C’è un altro aspetto che riguarda l’informazione con il quale ormai siamo abituali a confrontarci: la comunicazione sui social.

Facebook, Twitter, YouTube, Instagram e tutti canali social consentono a chiunque di diventare produttore di informazioni.

Una opportunità, ma anche un pericolo, soprattutto in situazioni estreme come quelle dell’Afghanistan.

La disinformazione sui social cresce perché c’è chi la produce, e lo fa volontariamente.

Ecco allora che in rete le “verità” si moltiplicano. E, come tutti i regimi, anche quello Afghano spinge la propria di “verità”, manipolando i fatti.

La novità più evidente dell’emirato attuale in Afghanistan – come fa presente Lucia Goracci – è, infatti, quella di aver scoperto il lato “social” – che usano in modo scaltro – del loro potere.

“Noi giornalisti ci dobbiamo misurare con tutto questo e lo facciamo con l’onestà intellettuale che ci è propria – chiarisce la giornalista – Non mi piace parlare di verità: la verità la lasciamo ai filosofi, agli uomini di fede. Io mi concentro sui fatti e quello che noto è che quanto più si è lontano da essi, tanto più si tirano fuori le verità assolute, schierate …come spesso fanno i social. E questo fa da humus al fake.”

 

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