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La maschera silenziosa
La maschera silenziosa

Il pensiero dell’attrice Cinzia Berti ad un anno esatto dalla fine del suo ultimo spettacolo

Precisamente un anno fa si chiudeva il sipario sullo spettacolo “Un folle amore” dove ero in scena al teatro Manzoni di Roma.

Ricordo che ringraziammo il poco pubblico presente pensando che saremmo ritornati in scena a breve. Fu molto strano vedere la gente che, per la regola del distanziamento, era seduta una lontano dall’altra: le persone sembravano i puntini da unire nel gioco della settimana enigmistica! Quello è l’ultimo ricordo che ho del pubblico. 

Ma stiamo vivendo tutti un momento così assurdamente complicato e difficile che non voglio certo parlare della mia esperienza personale, la mia condizione è quella della maggior parte di chi lavora nello spettacolo, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Se penso a Broadway, al teatro dell’Opéra di Parigi, al West End londinese.

Nei nostri ricordi sono pieni di luce e di gente che si affollava, e poi penso ai nostri teatri italiani, sempre un po’ più bui e con meno gente che si affollava al botteghino, ma comunque illuminati dall’entusiasmo del pubblico che si incontrava nel foyer tra chiacchiere e saluti, ora uniti nella stessa inesorabile sorte: porte serrate, sale deserte. 

Tante cose sono state dette su questo argomento da voci più o meno illustri e tante forse bisognerebbe ancora dirne: aperture, chiusure, decreti, ristori… Tragedie universali e tragedie personali.

Siamo tutti travolti da una situazione che sembrava immaginabile solo in un brutto film di fantascienza, uno scenario che coinvolge il mondo intero del lavoro, ma è innegabile che quello dello spettacolo dal vivo sia complito in un modo inesorabile e per ora le istituzioni non sanno come affrontare il problema.

La televisione in qualche modo, pur faticosamente, va avanti; le case cinematografiche, le produzioni più importanti in qualche modo vanno avanti; il doppiaggio, attenendosi alle regole sanitarie, va avanti. Ma il teatro è terribilmente fermo, comprensibilmente fermo.

Lo spettacolo dal vivo giace agonizzante, specchio di questo momento, perché nelle nostre vite, di vita c’è n’è poca.

Noi teatranti, che con le nostre maschere abbiamo portato emozioni, sentimenti, gioie e dolori, con la mascherina vaghiamo perduti, momentaneamente senza futuro.

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