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L’epoca che non lascia segno ovvero: sono i flash mob digital heritage?
L’epoca che non lascia segno ovvero: sono i flash mob digital heritage?

Qualsiasi creazione online solleva  un quesito: chi conserva il patrimonio culturale più grande mai prodotto dall’umanità?

Uno studioso egizio si metterebbe a piangere di gioia se potesse accedere, per la sua disciplina, anche solo ad un milionesimo dei reperti disponibili oggi su YouTube.

Ma è probabile che i suoi epigoni, fra duemila anni, potranno disporre di molte meno informazioni sulla nostra epoca di quelle che riesce a ricavare lui da un numero finito di segni incisi sulla pietra.

Quasi segni, quei graffi, quelle immagini caratteristiche e dipinte sono l’ultima cosa che rimane dei loro creatori. Un’eredità che perdura da quasi 4 millenni.

35-40mila anni se vogliamo prendere ad esempio la “Caverna dei sogni perduti” dove Werner Herzog ha girato il suo documentario omonimo. L’artista di allora continua a farci sapere il suo amore per la bellezza attraversa gioia che i suoi dipinti suscitano decine di millenni dopo.

Ma del vostro filmato preferito su  YouTube, del vostro discorso word, della vostra performance su Tik Tok non rimarrà nulla. Nada. Come se non fosse mai successo.

È questo il vantaggio della pergamena sul byte. Si consuma lentamente, come una torcia che si affievolisce. L’hard disk, il server, invece, può sparire come una lampadina fulminata. And there is no coming back.  

Lo stesso, en passant, si può dire delle costruzioni. L’acquedotto romano di Roma continua a portare l’acqua. Buona vecchia pietra. I palazzi di cemento non sopravvivranno due secoli.

Va anche detto, sempre en passant, che le piattaforme online sono private, raccolgono per profitto. Non sono obbligate a conservare se non gli conviene. Cosa rimarrà delle canzoni che non vengono ascoltate? Trasmigrando da un server all’altro è già successo che se ne ‘perdessero’ decine di milioni.

Discorso da universitari che vogliono conservare e catalogare anche i sassolini? Fino ad un certo punto perché questa nostra epoca non ha solo la più grande produzione di opere creative, oggetti e palazzi nella storia dell’umanità (e la più grande che si perderà, sgretolerà o sarà scritta in un codec superato e illeggibile). C’è una terza caratteristica: la natura stessa delle piattaforme online ha cambiato i creatori delle opere, della memoria, delle interpretazioni. Il patrimonio digitale è il patrimonio di miliardi di singoli creatori.

I tutorial online sono patrimonio dell’umanità, folklore neo medievale (quelli genuinamente buffoneschi hanno la mia preferenza a discapito di quelli  pretenziosamente seri). Le canzoni ri-cantante per il pubblico degli amici sono patrimonio dell’umanità. Patrimonio digitale, reinterpretazioni. Recordings importanti come la voce del capo indiano registrata nell’ultimo istante in cui la modernità sfiorava la gola dell’epoca recidendola. I flash mob del coronavirus, ripresi e conservati online, sono storici quanto un  discorso di Churchill alla Camera (un’iperbole ovviamente, per dare l’idea). Le recensioni online, i commenti, le interpretazioni, le battute, i meme ironici e i ricordi della nonna: tutto è Digital Cultural Heritage. (A questo proposito, visionario e emozionante, il video di museo Danese prodotto già qualche anno fa).

Ora, ovviamente, un universitario vero potrebbe dire: chi l’ha deciso questo?

La domanda è irrilevante perché la risposta è inondante.

L’hanno deciso il mercato, la rete, miliardi di visualizzazioni. (E, giusto per non dare adito a interpretazioni fuorvianti, uno dei due che scrive è inconsolabile a riguardo).

Ma c’è un’altra domanda, molto più importante. Chi conserva questo enorme patrimonio? Chi decide cosa mettere nei musei e cosa no? Chi sarà il curatore digitale della nostra epoca per conservare una piccola fiammella di questa forgia ribollente e incontrollata?

Per oggi basta porsi la domanda.

To be continued…

Per tutte le idee innovative sui Musei e Digitale:

Stefania Zardini Lacedelli, PhD Researcher, School of Museum Studies, University of Leicester

Per approfondire: DIGITAL ERGO SUM: VADEMECUM PER I MUSEI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Per tutte le suggestioni colte e analogiche:

Tommaso Vesentini

QUI il video visionario

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