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L’eredità di una nazione
L’eredità di una nazione

  Il 2 giugno, Festa della Repubblica, è un buon momento per chiedersi, al di là dei soliti circoli iper-politicizzati, cosa ne pensino le persone normali della nazione. Si parla poco, infatti, di nazioni – e non stupisce – dato il loro orrendo passato. Eppure, forse un pochino di più dovremmo parlarne,  visto che le nazioni ci sono e noi ci viviamo inesorabilmente dentro.

Il 20 dicembre 1943 un pilota dell’aviazione militare tedesca raggiunse un bombardiere americano che volava a bassissima quota e a pochi chilometri dalla costa del mare del Nord*

Il B-17 aveva perso metà del timone e quasi tutto lo stabilizzatore sinistro di coda. Un motore era fuori uso, il muso dell’aereo era stato squarciato e aperto ai venti, la fusoliera era  crivellata, l’ala bucata da un proiettile inesploso della contraerea e la postazione del mitragliere di coda era imbrattata di sangue; la doppia canna della mitragliatrice inesorabilmente rivolta verso terra. 

Incuriosito dal fatto che nessuno dell’equipaggio avesse aperto il fuoco, Franz Stigler si avvicinò fino a intravedere i suoi nemici attraverso i fori della fusoliera, accoccolati attorno ad un compagno gravemente ferito.

Il giovane tenente tedesco era decollato per guadagnare la Croce di Ferro al cui raggiungimento mancavano solo 3 punti: bastava premere il grilletto e la croce sarebbe stata sua, mentre l’inerme bombardiere sarebbe stato spazzato via dal cielo in pochi secondi. Ma guardando la disperazione negli occhi dei suoi nemici (che intanto si erano accorti con orrore di essere ‘scortati’ da un caccia nemico) Stigler – che aveva perso un fratello abbattuto sull’Inghilterra tre anni prima – decise che, in fondo, della Croce di Ferro non gliene importava granché. Quel bombardiere, del resto, non sarebbe mai tornato a bombardare la Germania. In quelle condizioni, sarebbe stato un miracolo già solo il riuscire a riportarlo in Inghilterra. 

Così Stigler non solo non uccise i nove superstiti dell’equipaggio ma si spinse a scortarli oltre le batterie antiaeree che sospesero il fuoco riconoscendo il caccia tedesco. 60 anni dopo, negli USA, Stigler incontrò i suoi ‘miracolati’; e oltre 25 dei loro discendenti. 

In altre milioni di occasioni, però, milioni di uomini ( e qualche donna) premettero quel grilletto e molti milioni di figli e figlie in quell’istante persero la possibilità di nascere. 

Ciò avveniva per una serie di ragioni che si riducevano ad una: i loro genitori appartenevano, disgraziatamente, a due nazioni in guerra tra loro. 

Ecco una parte importante dell’eredità delle nazioni: quelli che non ci sono stati; spazi vuoti in foto di famiglia mai scattate.  

Eppure, ancora dopo secoli di guerre, guerre civili, terrorismo interno ed esterno e i loro duraturi strascichi siamo sempre e solo qui. Alla fine, nello scenario economico e internazionale,  dipinte sulle fusoliere degli aerei da guerra o racchiuse nelle forme spietate dei trattati commerciali esistono sulla faccia della terra sempre e solo due cose: le nazioni e i posti terribili dove le nazioni sono state fatte a pezzi.

Dopo tante belle parole – e tantissime belle intenzioni – le nazioni non sono sparite e non sono state sostituite da nient’altro. Anzi, seppur e laddove abbiano perso smalto e potenza, gli effetti di questa ‘decadenza’ ne ha riportato immediatamente  in auge la nostalgia (Ah! il caro vecchio impero britannico; ah! i confini perduti dell’Ungheria; ah! i finanzieri internazionali che complottano contro il popolo). E’, grossomodo, lo stesso copione di sempre, con alcune differenze importanti.

La prima – e quella sulla quale ci vogliamo soffermare – è che le nazioni continuano ad esistere, ma il dibattito politico e la coscienza collettiva si comporta come se fossero un argomento di cattivo gusto. 

Ora quello che vogliamo fare in questo blog non è approfondire il nodo spinoso del perché le nazioni esistano. Che, tradotto, significa trovare una ragione per la quale due persone nate rispettivamente in Francia e Germania potessero fare figli, amarsi ed essere amici mentre i loro rispettivi Paesi fossero incapaci di convivere senza uccidere milioni dei loro abitanti in 400 anni di lotte sostanzialmente ininterrotte. 

Non è una domanda che abbiamo la forza di affrontare, anche perché non ci sentiamo pronti a parlare di razze – anche nell’accezione anglosassone, che è abbastanza mild -, spiriti nazionali o folletti della storia e, neppure, delle anche troppo reali frizioni linguistico-culturali-economiche che si accendono in dinamiche di animosità con la facilità di un cerino sfregato. 

(Istruttivo, a questo proposito, il ricordo  dei francesi che festeggiarono l’annuncio della prima guerra mondiale, pronti con il chepì e le spalline sgargianti a farla finalmente pagare ai tedeschi per la caduta di Napoleone III. Lo stesso esempio è, en passant, anche un utile monito a chi si ostina a considerare le manifestazioni dell’attualità come qualcosa di sensato e degno di approfondimento).

Comunque, niente di tutto questo, abbiamo detto. Molto più umilmente, quello che vogliamo fare è un piccolo spaccato della realtà. Un semplice questionario per rispondere alla domanda: 

“Cosa pensa una banda di 30 – 50 enni della più reale, tenace e, in assoluto, più pericolosa tra tutte le opere di fantasia?

Stiamo parlando di persone normali – con un lavoro più o meno pagato, più o meno utile, che lavorano con la mente e le parole, cittadini assolutamente insignificanti, insomma, e perfettamente attendibili, perciò -. Che ne pensano, si diceva, questi tizi e queste tizie non compromesse né dal passato degli anni di piombo né dall’adolescenza, delle nostra nazione?

Tieni d’occhio il nostro Blog per il nostro “Questionario nazional-patriottico” di prossima pubblicazione

Potrebbe venir fuori delle risposte interessanti!

 

 

 

* A Higher Call: An Incredible True Story of Combat and Chivalry in the War-Torn Skies of World War II – Adam Makos

 

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