Skip to content
Make WORDS great again
Make WORDS great again

Make WORDS great again

L’assalto a Capitol Hill è figlio di parole intolleranti silenziate dal cinguettio di una tastiera, questo il potere dell’ hate speech ai tempi del web.

Capitol Hill, 2021, sede del governo degli Stati Uniti, lo “sciamano di QAnon” diventa uno dei volti dell’assalto di Washington.

Cappello con le corna, pelliccia a torso nudo, viso colorato di blu, rosso e bianco, in mano una lancia con appesa la bandiera americana.

Le prime foto dell’assalto riportano scene così surreali che inizialmente è sembrata una trovata geniale per la sponsorizzazione di una nuova serie Netflix stile Vikings.

Peccato che sia tutto reale e per nulla on-demand.

Si sa, nella vita si perde e si vince, ma cosa succede quando i potenti non sanno accettare le sconfitte?

Donald Trump, fedele usufruitore di tutti i social network, ha da sempre pubblicamente denigrato i “loser” (vocabolo da lui amato ed utilizzato come lo userebbe il classico bulletto di quartiere), vaneggiando su una sua possibile vittoria perpetua.

“Make America Great Again” ha però inaspettatamente stufato gli animi del popolo oltreoceano.

Joe Biden sconfigge Donald Trump alle presidenziali.

Il tycoon e i suoi sostenitori gridano al complotto, in grassetto, sui social.

Ecco la grande e inarrestabile forza delle parole: un concetto violento e aggressivo ha la stessa potenza di una freccia scoccata alle spalle di un nemico.

Il termine esatto è HATE SPEECH, discorso d’odio.

È una specifica forma di discriminazione che si attua attraverso la manifestazione, anche scritta, del proprio pensiero che alimenta pregiudizi, stereotipi e ostilità.

L’hate speech può essere ricondotto ad una di quelle azioni che vengono vietate dall’art. 14 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), poiché consiste proprio in un atto proteso verso la discriminazione fondata “sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche e quelle di altro genere…”

A livello legislativo, un discorso per essere riconosciuto come hate speech deve avere tre requisiti fondamentali:

  • Una chiara volontà e intenzione di incitare l’odio con la parola o ogni altro mezzo di comunicazione;
  • Incitamento vero e proprio ad atti di violenza nei confronti dei soggetti presi di mira;
  • Che gli atti di violenza o discriminazione si verifichino o che il rischio che ciò avvenga sia imminente;

Troppo spesso la libertà di parola e di pensiero viene travisata e c’è chi, ormai, non ha la consapevolezza della gravità di ciò che legge.

Donald Trump, secondo il New York Times, ha dimostrato di poter fare innumerevoli affermazioni, soprattutto false, a cui milioni di elettori crederanno e hanno creduto senza batter ciglio.

Prima dell’avvento di Internet, il confronto non avveniva con la stessa facilità e immediatezza e, sopratutto, con la stessa capacità di espandersi a macchia d’olio. Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno ed è urgente e necessario “pensare a come regolarlo in modo compatibile con la libertà delle persone di formare l’opinione pubblica”.

Opinione pubblica che, oggi, si forma prevalentemente online e sui social network.

In una dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca, dopo i risultati delle scorse elezioni, Trump aveva affermato che “è la fine del più grande mandato presidenziale della storia, ma è solo l’inizio della nostra lotta per fare l’America di nuovo grande”. E ancora: “Ho sempre detto che continueremo la nostra lotta per assicurare che solo i voti legali contino. Anche se sono totalmente in disaccordo con il risultato delle elezioni, ci sarà una transizione ordinata verso il 20 gennaio”.

Parole pesanti, mascherate da un velo trasparente di buone maniere e nazionalismo che hanno portato, il 6 gennaio 2021 a quattro morti, cinquantadue arresti e un tizio qualunque seduto con i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

“L’elezione ci è stata rubata, ma dovete andare a casa. Non vogliamo che nessuno resti ferito” è la frase che doveva servire a placare gli animi e che è costata a Trump il blocco per 12 ore Blocco che è poi diventato ufficiale. Infatti la stessa piattaforma ha pubblicamente espresso che ““Dopo aver revisionato i più recenti tweet di @realDonaldTrump e averli contestualizzati, analizzando come vengono recepiti e interpretati su Twitter e fuori, abbiamo deciso di sospendere permanentemente l’account per evitare ulteriori rischi”. Lo stesso ha fatto a “tempo indeterminato” Facebook, con la minaccia di una totale cancellazione degli account in caso di nuove violazioni delle regole.

Lo stesso Mark Zuckerberg ha pubblicamente affermato, nelle ore che son seguite all’annuncio del primo blocco social per Trump, che il profilo dell’ex presidente resterà sospeso “fino a quando una pacifica transizione di potere non sarà completata”.

Nulla di nuovo per il Presidente uscente: infatti, già nel 2020 il social con l’uccellino chiacchierone aveva definito i tweet di Trump come “potenzialmente fuorvianti” e di tutta risposta aveva ricevuto la minaccia di chiusura della piattaforma, per favoreggiamento del partito democratico e manipolazione delle elezioni, da parte di Trump stesso.

Ma è proprio attraverso la collaborazione delle diverse piattaforme social che è stato creato in Europa il “Codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online” il quale richiede alle piattaforme di prevedere procedure chiare ed efficaci riguardo le segnalazioni di forme illegali di incitamento all’odio e alla violenza di qualsiasi tipo.

Negli Stati Uniti vige il principio della libertà sacra e inviolabile dell’individuo e l’unico strumento probabile per disciplinare l’hate speech è il primo Emendamento che non riconosce forme di espressione illecite in quanto “ il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.

È frase fatta dire che la propria libertà finisce dove quella altrui comincia e che i confini sono dettati dal buon senso e da spirito democratico.

Ma le parole sono cose assai complesse. Ne basta una per dire tutto e cento per dire il nulla.

Per questo vanno maneggiate con cura.

“Come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e il valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo mai” (Pirandello)

Foto di copertina by Dalton Caraway on Unsplash

Be shareable. Condividi il post!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Dello stesso autore

Tutti gli Articoli