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Reminiscenze ministeriali: abbiamo bisogno di orari per l’era digitale
Reminiscenze ministeriali: abbiamo bisogno di orari per l’era digitale

Il lavoro dà gioia solo se si conclude. Se non finisce mai, non possiamo essere felici. Oggi la digitalità ci può raggiungere ininterrottamente. Dobbiamo erigere barriere arbitrarie per tornare a distinguere tra lavoro e dopo-lavoro.

Quando lavoravo al ministero, alle 18:00 chiudevamo le ultime pratiche della giornata e tornavamo a casa, contenti e riposati da una giornata di lavoro.

Perché il lavoro può riposare, se ha la fortuna di essere concluso in un ciclo. C’è una reward nella consapevolezza di aver fatto il proprio, una buona coscienza, oltre al vecchio discorso dell’essenza che si trasferisce negli oggetti che manipoliamo, nelle frasi che scriviamo, nei segni che tracciamo con la penna e il mouse.

Ma cosa succede se il lavoro non finisce mai? Allora non si può mai essere felici per esso.

Questo è un grosso problema dello smart working digitale.

Io, ovviamente, non ho mai lavorato in un ministero, ma il mio immaginario include quell’esperienza. Fa parte del bagaglio narrativo della nazione. Per molti anni è stato un riferimento umoristico: quelli che alle 18:00 gli cadeva la penna; quelli che – come il Fantozzi nella megaditta senza nome – giocavano a ping pong sulle scrivanie di uffici-alveare.

Ora, però, questa reminiscenza di gruppo può essere una salvezza. Come già detto altrove, nel mondo della comunicazione chi può lavorare da casa si trova a lavorare di più, soprattutto adesso che tutti i colleghi lavorano sullo stesso piano: digitale e iperconnesso. Ciò che prima era ibrido (fisico-virtuale), ora è univoco. Non c’è nessuna tecnologia in più. Ma il lockdown ha fatto usare quelle tecnologie appieno.

Abbiamo piattaforme aziendali e abbiamo chat continuamente in funzione. Centinaia di messaggi, decine di piani che si confondono: battute, testi da approvare, grafiche, tormentoni, lanci d’agenzia: non si tratta solo di una questione di stile – il ritrarsi da questa baraonda -; è una questione di attenzione. L’attenzione è sempre desta, eppure si ottunde, come un recettore chimico sovrastimolato.  In biologia si parlava, qualche tempo fa, di feedback negativo: tante molecole di una stessa sostanza facevano sì che la sensibilità alla singola molecola diminuisse. È il meccanismo per il quale di benzodiazepine si può abusare ma non morire: più ne assumi più i recettori diventano insensibili ad esse.

Credo che tutti coloro che lavorano, oggigiorno, nel mio campo possano riconoscersi in questa descrizione.

E c’è un solo modo di uscirne, lo stesso di sempre: una convenzione. Non si ruba; non si rutta in pubblico; non si lavora né si leggono le chat dopo le 18:00.

Non è un modo per sottrarsi al lavoro. È un modo per lavorare meglio senza avvelenarsi il cervello di scorie e stanchezza. L’attenzione continua produce acido lattico cerebrale. E riduce la profondità e la freschezza del concentrarsi.

La mente ha bisogno di completezza. Di cose finite che permettono di respirare. Se gli orari sono scomparsi dobbiamo erigerne di arbitrari: orari dell’era digitale.

Fate come se lavoraste al ministero.

Click.

Tommaso Vesentini

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