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Scrivere suoni digitali
Scrivere suoni digitali

Una storia di Covid e digitalità

I work shop di scrittura creativa servono a tutti; anche a chi scrive per mestiere. Questo l’ho scoperto grazie a Giuliano Gaia ed Elena Mearini di Scrivere al Museo.  

La creatività nello scrivere non è una questione di trucchi, ma di stimoli, e i loro workshop all’interno dei musei alla ricerca di parole e concetti dai quali far nascere nuovi racconti che tutti possono scrivere è un esempio.

Ma la storia di Scrivere al Museo è anche quella di un’evoluzione. Che workshop fare, quando i musei sono chiusi? 

Digitali, ovviamente

In un pasquetta in quarantena e un workshop su zoom non si cambia solo mezzo visitando un museo nativo digitale (museo Dolom). Si cambia anche spunto. La parola non nasce da un una parola, da un oggetto o da una memoria ma da una raccolta di suoni delle Dolomiti dalle quali tutti i partecipanti traggono una trama o un piccolo racconto

Ciò è interessante perché nel processo, un suono del paesaggio condiviso dalle persone con un museo virtuale viene re-interpretato all’interno di un workshop per divenire racconto, esperienza creativa e persino nuovo heritage digitale in sé stesso.

C’è, in effetti, qualcosa di sonico in questa circolarità: come nel suonare e cantare assieme non è solo il prodotto finale che conta. È l’esperienza vissuta, le persone incontrate, gli spunti raccolti.

Dunque, si diceva

UN SUONO  

Lo spazio non è silenzioso.

Wodlek lo sa da anni.

Certo non ci sono suoni nello spazio, perché non c’è aria.

Ma quel vuoto gelido che i fisici sostengono essere una sfoglia di piani distinti e indistinguibili come le anime del Cristo – e questo pensiero al figlio della campagna polacca suscitava sempre un moto d’ironia – questo vuoto di tempo e velocità è pieno zeppo di radiazioni.

Soli pulsanti, stelle morenti sono il battito cardiaco del cosmo, un raschiare meccanico sul bordone perenne della creazione.

Questo fluido di frequenze scaturisce nel muro solido di frastuono che arriva in cuffia. Ore di fruscii elettrici che iniziano come la carezza di una testina nel solco morbido di un disco e mutano, inesorabilmente man mano che la notte invecchia, nello stridore immondo di milioni di scarafaggi.

Ore di tortura, ore di frustrazione. Litri di ore alla ricerca di un grammo dorato, una pagliuzza di scienza: la variazione che permetta di comprendere il significato del tutto.

Alla fine del turno di notte all’osservatorio Wodlek è fradicio e grigio. Brillano così i nervi malati?

È camminando nel parcheggio deserto nel freddo dell’alba, freddo lui della notte di turno, che il suono lo colpisce come una premonizione.

UN ALTRO SUONO

Un pigolio. Sparato a tutto volume.

C’è Wodlek. La sua station wagon corta e azzurra a venti metri. E gli alberi.

Pigolii. Forti come impulsi sonar.

Cristo porco non è Jurassic Park. Non ci sono velociraptor sulle Dolomiti. Né alieni se per questo.

Cinque, sei secondi. La ragione rassicura, la preda si assopisce. Corteccia e cervello antico si scambiano nuovamente di posto mentre i muscoli contratti lasciano aleggiare ancora qualche istante la minaccia di non obbedire mai più.

Wodlek ora è quasi allegro, temerario. Serpeggia un desiderio di riscossa. Raccoglie un bastone umido. Segue il suono. C’è la bruma, c’è l’umidità. C’è il terreno soffice e la corteccia scura dove immagina macchie di sangue e frammenti di intestini. I suoi.

Sciocchezze.

Al limite dello stagno ricorda. E non gliene vuole. Perché i rospi in amore erano il segnale che aspettava.

Tornando ha i pantaloni bagnati. Si è fermato ad ascoltare una lingua che poteva capire.

Tommaso Vesentini

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