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Sorpresa: la produttività aumenta al “tutto fuori”
Sorpresa: la produttività aumenta al “tutto fuori”

Finora lo smart working era imperfetto, perché incompleto nella dualità tra ufficio e “quelli che lavorano da fuori”. Ma era una differenza di relazione, di condizioni che non favorivano il contatto diretto e frequente da remoto. Ora che tutti lavorano da casa, tutti lavorano di più. Il padrone della miniera dovrebbe prendere nota.

Molti anni fa, in un’aula universitaria del nord Italia, venne invitato un dirigente di una azienda che produceva un sistema di impaginazione digitale per case editrici. Grazie al suo prodotto, spiegò, si poteva impaginare il 25 per cento in più nel 25 per cento di tempo in meno.

Fu allora che una studentessa di filosofia si alzò chiedendo con semplicità “Quindi, ci pagheranno un quarto in più per un quarto in più del lavoro?”

“No” disse il padrone della miniera rimettendosi il cilindro con un sorriso. “Quite the contrary”.

All’inizio degli anni 2000 anche in Italia mail e internet hanno assunto una dimensione centrale nel mondo del lavoro. Non abbastanza da sovvertire i luoghi del lavoro nel settore dei servizi, ma più che a sufficienza per allungare l’orario di lavoro oltre lo spazio e il tempo nel quale la fisicità e la legge lo avevano  circoscritto.

La gente ha iniziato a lavorare di più grazie alla tecnologia perché la tecnologia che impiegava la maggior parte delle persone riduceva i tempi e permetteva, così, di fare più cose e da più luoghi.

Ma la fisicità continuava ad avere dei vantaggi. Certo, spostamenti e pause caffè costavano tempo, ma la vicinanza tra i colleghi lo faceva anche guadagnare. “Mi sistemi questo pdf?”; “ti piace questa grafica?”; “Che te ne pare di questa idea?”: tutte comunicazioni che vengono meglio dal vivo che per email e, soprattutto, senza tempi morti di attesa per la risposta.

In questa dimensione, chi lavorava da casa rispetto ad un’azienda centralizzata in un ufficio, lavorava con un leggero ma percepibile time lag. Un po’ come se chiamasse da Giove.

Non è che non ci fossero gli strumenti per comunicare in tempo reale come se si fosse fianco a fianco. Era la situazione ibrida che non incoraggiava l’uso di quegli stessi strumenti con naturalezza e più volte al giorno. Le call erano ancora eventi da programmare con cura. Non deve stupire: ci sono un sacco di tecnologie nella storia del mondo che sono rimaste lì semi-inutilizzate finché, improvvisamente, qualcosa è scattato.

Nel caso dello smart working, a scattare è stato il lockdown. In men che non si dica le aziende, almeno le più reattive, si sono dotate di piattaforme di comunicazione interna. E, soprattutto, nel caso di aziende di servizi  le hanno usate come mezzo di comunicazione e di lavoro primario.

Le call su Teams, Zoom, Skype e così via sono diventate la norma per tutti!

Ed ecco la rivelazione: i colleghi si parlano di più, ora, di quanto accadesse prima; comunicano tutti sullo stesso piano. Non solo, ma continuano a lavorare e, in più, continuano a fare riunioni di progetto con la scusa che, “rimanendo a casa”, c’è più tempo.

La cosa buffa è che è vero: perché, di base, da casa le persone lavorano di più. Molto di più. E fanno più cose. Hanno in effetti più tempo; nel senso che ne dedicano di più al lavoro senza, vedi combinazione, venir pagate di più.

È per questo che il padrone della miniera dovrebbe chiudere l’ufficio anche dopo il lockdown: gli farà  perdere soldi e produttività.

Tiberio

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