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Pandemia e Death Stranding: cosa possiamo imparare da un videogioco che ha predetto il futuro
Pandemia e Death Stranding: cosa possiamo imparare da un videogioco che ha predetto il futuro

Un virus ha colpito l’umanità costringendola alla quasi totale reclusione, ad affidarsi alla connessione e ai corrieri per la sopravvivenza. No, non è l’introduzione al 2020 per le generazioni che verranno, ma la trama di Death Stranding, videogioco uscito per Playstation 4 a fine 2019, ultima opera del “Maestro” Hideo Kojima. Messe da parte le teorie complottiste legate a questa strana coincidenza, Death Stranding si inserisce meritatamente nel filone di quelle opere da riprendere in questo momento di crisi per capire e riflettere sui tempi che stiamo vivendo, al fianco dei Promessi Sposi di Manzoni o di Cecità, di José Saramago. È una considerazione che non deve più scioccare, quella di paragonare il medium videoludico a uno ben più tradizionale, anzi. In tempi in cui tutta la nostra vita professionale, personale ed emotiva sta traslando su un piano quasi puramente digitale, uno scontro fra nuovi e vecchi media deve essere sano e motivo di evoluzione per tutti noi. E allora, senza approfondire la discussione in merito al fatto che Death Stranding possa essere un capolavoro o no (SPOILER: lo è), vorrei fare una lista di cinque cose che questo titolo mi ha insegnato e su cui mi sono trovata a riflettere mentre aspettavo che un corriere di Glovo portasse dei medicinali a mio nonno:

1) L’uomo è un animale sociale. Anche la più solitaria delle persone necessita della convivenza all’interno di una struttura sociale ed economica per sopravvivere. In Death Stranding la popolazione è ridotta a un numero esiguo e le distanze fisiche fra le piccole comunità, a volte addirittura le singole persone, è enorme e incolmabile. Se non fosse per i pochi corrieri che mettono a rischio le proprie vite (i giocatori), nessuno avrebbe accesso ai beni di prima necessità. Nella mia realtà, se non fosse per un corriere il mio nonno testardo starebbe rompendo la quarantena in questo esatto momento.

2) Sociale, ma homo homini lupus. Probabilmente non ci serve scomodare Thomas Hobbes per affermare che la natura sociale dell’uomo non equivale direttamente alla sua bontà d’animo. Nonostante i gesti eroici non manchino, e ne abbiamo prova in questi giorni difficili, esiste anche l’egoismo che porta a svuotare i supermercati o a fare incetta di armi. In Death Stranding esistono dei veri e propri “terroristi” che attaccano i corrieri e minano il progetto di riunificazione del paese, ma anche solo individui che rifiutano di offrire il proprio aiuto per non mettersi in pericolo.

3) Tutto si crea, nulla si distrugge. In un contesto in cui l’accesso ai beni, nonché alla forza lavoro che li produce, è estremamente limitato e prezioso, lo spreco non è concesso. In Death Stranding qualsiasi oggetto che si avvicini al limite del suo naturale consumo può essere riciclato per ottenere materiali indispensabili alla produzione di nuovi oggetti, con i quali le comunità possono sopravvivere e i corrieri intraprendere i loro viaggi. Se durante la quarantena vivi da solo e vai a buttare la spazzatura più di una volta al giorno, forse ne stai producendo troppa.

4) La tecnologia non è solo “effetto wow”. Il mondo di Death Stranding presenta un avanzamento tecnologico tale da permettere a complessi macchinari di replicare in forma 3d praticamente qualsiasi cosa, medicinali compresi. La condivisione di tali modelli tridimensionali fra le varie comunità fa sì che esse possano, dipendentemente dalla quantità di materiali a disposizione, creare ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. Nella nostra vita “pre quarantena” ci siamo spesso trovati ad entusiasmarci per innovazioni tecnologiche fini a loro stesse, un’emozione lecita e priva di colpevolezza. Ma quanto è stato più bello vedere come la tecnologia abbia permesso di trasformare delle maschere da sub in respiratori per i malati in terapia intensiva?

5) La connessione conta. È quasi scontato sottolineare come internet sia diventato, già da ben prima dell’inizio della quarantena, un bene primario. Ma non bisogna incorrere nell’errore di considerarlo come qualcosa di astratto. La nostra convivenza con codice binario e intelligenza artificiale non fa che rafforzare questo concetto: Internet è un organo vivente. Le connessioni fra individui ne sono il vero valore. In Death Stranding, ogni giocatore può donare oggetti e materiali indispensabili agli altri giocatori o posizionarli in punti particolarmente pericolosi del gioco per dare un aiuto. Non so quante volte una scala posizionata strategicamente da un altro giocatore mi ha permesso di portare a termine un obiettivo. Ed è grazie ad altre “metaforiche” scale se questo momento storico è un po’ meno arduo: dalla chiamata di un amico che non sentivi da tempo, alle donazioni al negozio di quartiere fino al lavoro impagabile (anzi, poco pagato) di ogni medico e operatore sanitario.

Se c’è una lezione da imparare fra tutte, è che questa pandemia ci costringerà a evolverci e adattarci, a prendere in considerazione soluzioni e modalità nuove, strade non ancora battute. Perché se il virus corre veloce, noi dobbiamo correre più veloce, e correre in modo diverso. È questo quello che penso mentre guardo, durante una videochiamata su Skype, mio nonno sventolare le medicine che gli sono arrivate con Glovo. E penso anche che dobbiamo ricordarci, sempre, di dare la mancia ai corrieri.

Nicole Cerrone

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