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Innovazione e semplificazione non sono un’App, ma processi
Innovazione e semplificazione non sono un’App, ma processi

Nel 99% dei casi, in Italia se parli di innovazione la soluzione è “facciamo un’App”. Sto estremizzando e provocando (è un dato senza fondamento scientifico, frutto della pura esperienza), ma il senso è: ci si preoccupa dello strumento è troppo poco dei processi.

Il riferimento è particolarmente calzante quando si tratta della PA. Ancora una volta la mia impressione (eppure di solito non mi impressiono così facilmente), è che tra tecnologie sviluppate e vita applicata ci sia uno scollamento teoretico. Ovvero è come teorizzare sul cambio dei pannolini senza averne mai effettivamente sostituito uno.

La metafora che potrà sembrare fuori contesto, in realtà non lo è per un semplice motivo, perché mi permette di passare dalla teoria alla pratica vissuta.

Sono diventato papà da poche settimane e, ogni padre lo sa, il primo compito che potrebbe minare la vita coniugale e la reputazione genitoriale maschile è quello (in sequenza) di registrare il proprio figlio all’anagrafe e richiedere il codice fiscale.

Ora già lo so, c’è chi alzerà il dito e dirà: io l’ho fatto, è facilissimo. Ammettiamo che ciò sia vero, intanto il primo punto è che non lo è per tutti, perché potrei portare altre migliaia di dita alzate che affermerebbero l’esatto contrario, ovvero che si tratta di un’odissea a volte senza fine. Mentre l’innovazione e la semplificazione dovrebbero essere democratiche: essere cioè uguali per tutti (tradotto: accessibili).

Ma veniamo a noi, anzi a me. Cosa ho dovuto fare?

Passaggio 1: andare all’ufficio dell’ospedale per dichiarare la nascita (scoprendo tra l’altro che la residenza del bambino segue quella della madre)

Passaggio 2: andare di persona all’Agenzia delle Entrate per far produrre il codice fiscale (spedito all’indirizzo di residenza della madre, che non è dove viviamo)

Passaggio 3: andare al Comune di residenza della madre (che ripeto non è dove viviamo ma a 150 km di distanza) per richiedere un certificato di nascita (perché quello rilasciato dall’ospedale è un certificato di nascita ma non è un certificato di nascita)

Passaggio 4: scoprire dall’Ufficio postale che il certificato di nascita che mi hanno rilasciato non è proprio del tutto valido, meglio la carta d’identità (che però posso fare solo al Comune di residenza di mia moglie)

…mi fermo qui.

Tornando al principio del nostro discorso. Innovazione e semplificazione sono possibili non se si parte dalla tecnologia (tutti questi uffici sono connessi), ma se si analizzano i processi e (come ci hanno insegnato l’insiemistica alle elementari) se si raggruppano e sfoltiscono.

Come?

Nel caso specifico basterebbe un solo passaggio.

Il bambino o la bambina nasce in ospedale? Bene, l’ufficio dell’ospedale dove si registra la nascita invia in automatico una comunicazione (senza per forza dover immaginare una piattaforma unica di interscambio, sarebbe fin troppo futuristico) a Comune e Agenzia delle Entrate, così da far arrivare Carta d’identità e Codice fiscale direttamente al “domicilio” del bambino.

Ma sarebbe troppo facile, lo so, per non dire troppo semplice.

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