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Il mio nome è Bansky
Il mio nome è Bansky

A Parigi, alle 21.30 di un venerdì sera, quello del 13 novembre 2015, una Seat nera “Leon” si ferma davanti all’affollato Bataclàn: ne esce un commando di attentatori kamikaze che spara all’impazzata sulla folla, in strada e nel locale. Un attacco terroristico senza precedenti che fa inorridire il mondo: novanta morti.

Qualcuno si salva trovando una via di fuga nella porta di emergenza, che acquisirà un forte valore simbolico dopo che l’anonimo street artist Bansky nel giugno del 2018 vi realizzerà sopra la sua “Ragazza triste” con lo sguardo rivolto verso il basso in segno di lutto come omaggio alle vittime dell’attentato.

Viene rubata il 26 gennaio 2019: non sono molti i casi di graffiti rubati, ma le opere di Bansky – quale sia l’opinione sulla qualità e il valore artistico – sono controverse e celebri perché stimolano nuovi punti di vista, innescano persino una nuova geografia emotiva legata ai grandi temi dell’attualità. Quindi le opere del graffitista di Bristol valgono, e anche tanto.

Non solo in termini economici, ma anche simbolici e culturali. Così, il 14 luglio la “Ragazza triste”, recuperata dopo il furto, è stata riconsegnata nel Salone d’Ercole di Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata francese a Roma, all’ambasciatore Christian Massetal.

Uno Stato celebra l’opera di un graffitista senza volto che fonda la sua pratica artistica sulla violazione sistematica delle regole (soprattutto quelle anti-imbrattamento). E questo forse accade perché, come ha dichiarato lui «I più grandi crimini nel mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che le seguono». Questa volta non con le immagini, ma con le parole, Bansky sovverte in modo provocatorio la cosmogonia dei punti di vista. Come sostiene Karl Kraus:« Ben venga il caos perché l’ordine non ha funzionato».

E questo caos il writer lo ha portato fin dentro la metropolitana di Londra, inserendosi in un dibattito molto sentito dall’opinione pubblica inglesee in cui evidentemente voleva dire la sua: quello sulle mascherine. Si chiama infatti “If you don’t mask, you don’t get” (Se non metti la mascherina non puoi farcela) l’opera che ha realizzato nella London tube: i classici topini banskyani intenti a starnutire, a dotarsi di mascherine antivirus o a usarle come paracadute. Insomma sono topi pro mascherina contro il coronavirus in una Londra in cui dal 24 luglio si dovranno indossare le mascherine nei negozi. Banksy ha postato sul suo canale Instagram il video della realizzazione di questa “installazione”.

Nel filmato appare un uomo vestito da addetto alla sanificazione intento a decorare il vagone della metropolitana, probabilmente l’artista stesso. In conclusione del video la celebre canzone dei Chumbawamba, “Tubthumping”, ma in una versione riadattata:« I get lockdown, but I get up again» (Sono stato in lockdown, ma mi alzo di nuovo). Trasportation for London, la società che gestisce il trasporto nella capitale inglese, ha fatto rimuovere prontamente l’opera di Bansky, spiegando che si tratta della prassi abituale per qualunque opera “vandalica”, inclusi i graffiti, e offrendo comunque all’artista uno spazio più adatto all’interno della metropolitana per riprodurre il suo lavoro.

Questa volta si è trattato di un invito alle regole “salva-vita” da parte di un artista che le regole non sa neanche cosa siano e rimosso in nome di regole “anti-imbrattamento” che evidentemente non ammettono eccezioni.

Di recente si è parlato anche dell’immagine del “Piccolo migrante” con una torcia segnaletica in mano e l’acqua fino alle ginocchia che era apparsa nelle acque di San Pantalon a Venezia nel maggio 2019, quando gli sbarchi erano al centro del dibattito politico internazionale. Pochi giorni fa, qualcuno ha attaccato una croce di scotch sulla bocca del bambino. Secondo molti si tratta di uno sfregio, ma per altri si è trattato di un gesto fatto per evidenziare che la crisi migratoria c’è ancora oggi, anche se se ne parla di meno.

In questo caso la capacità di inserirsi in dibatti e generarli di Bansky si deve, oltre ai temi, al fatto che «la strada è il suo museo».

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