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Make american building beautiful again?
Make american building beautiful again?

Nel 2016 con un’ordinanza Trump lanciava un’incredibile crociata culturale: i nuovi edifici statali si sarebbero dovuti costruire secondo un’architettura classica e “bella”. Questo nel paese dove avevano realizzato le loro opere architetti come Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright e Le Corbusier. Può esistere una «Bellezza di Stato» in un’epoca multiculturale? Massimiliano Gotti Porcinari di LAB71 Architetti ci spiega che l’architettura dovrebbe fondere bisogni e aspirazioni di una comunità, progresso e tradizione, funzione e stile per costruire uno spazio umano di naturale equilibrio con l’ambiente fisico e culturale.

Forse il primo ad averci visto lungo era stato Frank Gehry. L’ultraottantenne archistar di origini canadesi a cui si devono, tanto per fare qualche esempio, il Guggenheim di Bilbao e la Fondation Louis Vuitton, già nel 2016 disse che avrebbe abbandonato gli USA e chiesto asilo alla Francia dopo l’elezione di Trump. Va precisato che non si mosse, ma nel dibattito che seguì le sue dichiarazioni emerse una sua osservazione che forse oggi acquisisce un valore particolare: «La maggior parte degli edifici costruiti nel mondo non sono interessanti. E la gente non se ne preoccupa. Sembrano tutti essere in uno stato di diniego. È lo stesso tipo di comportamento che ha permesso di eleggere Trump». Verrebbe da dire che il resto è storia ma, soprattutto, per restare in tema di architettura, che si è andati ben oltre un vago atteggiamento di diniego.

Il 18 dicembre 2020 Trump firmava, infatti, l’ordine esecutivo 13967 “Promoting Beautiful Federal Civic Architecture”: vetro, acciaio, stucchi e color oro, nel solco dell’Atene democratica e della Roma repubblicana. Un’architettura classica e “bella” imposta con un “editto”per raccogliere consensi dalla parte più populista del suo elettorato, ma che lo poneva pericolosamente sulla strada percorsa dai regimi fascisti, nazisti e comunisti, che storicamente sarebbero poi quelli avversati dagli USA, con la sua grande storia di libertà e democrazia.

Per tutti i progetti di edifici federali superiori ai 50 milioni di dollari si sarebbe applicata la nuova direttiva, secondo la quale costruzioni nuove o da ristrutturare dovevano ispirarsi allo stile architettonico classico come preferito e predefinito.

Un ritorno alla tradizione (quale tradizione?) che cercava di cancellare Modernismo, Decostruttivismo e Brutalismo e garantito da una commissione presidenziale per la «Re-Beautification of Federal Architecture» che avrebbe giudicato i progetti, su cui l’ultima parola sarebbe spettata sempre alla Casa Bianca.

Niente più opere ispirate alla diversità etnica e culturale come il nuovo Museum of African American History, disegnato dall’architetto anglo-ghanese David Adjaye e inaugurato da Obama.

Cosa avrebbe escluso l’ordinanza di Trump? Innanzitutto tutta quell’ “arte degenerata” ispirata, ad esempio, alla produzione della Bauhaus che va da Mies van der Rohe a Marcel Breuer che proprio negli USA erano stati accolti. E poi Frank Lloyd Wright, Philip Johnson e Le Corbusier.

Fortunatamente, a poco più di un mese dal suo insediamento ufficiale, il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ufficialmente annullato l’ordine esecutivo di Donald Trump che richiedeva la costruzione di nuovi edifici federali in stile classico.

Uno degli aspetti che colpisce di più nelle scelte di Trump è la ricorrenza di quel “beautiful”: un unico canone estetico di bellezza non solo a cui rifarsi, ma da imporre per legge. Per capire meglio se una strada di questo tipo oggi è ragionevolmente percorribile, abbiamo parlato con Massimiliano Gotti Porcinari, co-fondatore di LAB71 Architetti: laboratorio di ricerca progettuale in architettura e design con sede a Roma e Milano particolarmente focalizzato su cambiamenti e esigenze della società contemporanea.

Massimiliano, in una sua recente intervista, Renzo Piano ha dichiarato:« Noi architetti non provochiamo il cambiamento. Però possiamo interpretarlo». L’architettura deve anticipare il cambiamento, fare in un certo senso da apripista? O essere interprete di una sensibilità dominante?

«L’architettura non può prescindere dal contesto sociale, culturale e ambientale in cui prende forma. L’architetto con il suo lavoro prova a dare forma alle aspirazioni delle persone, in fondo un progetto architettonico è un processo creativo che è sempre messo in moto da desideri e necessità di cambiamenti. In questo modo l’architetto ascolta e osserva, interpreta e immagina, prova a mettere insieme bisogni e aspirazioni, a dargli nuova forma mostrando nuovi punti di vista. L’idea quindi non può prescindere dall’ideale e così negli esempi più alti, l’architettura si trasforma anche in fonte di ispirazione».

Anche Piano cita la Bellezza, mettendola però in relazione con un nuovo Umanesimo. Nella stessa intervista si legge:« Io parlo di primaria bellezza, di quella profonda, quella del Mediterraneo. In Grecia bello e buono, kaloskagathos non sono mai disgiunti. E neppure in Africa dove lo Swaili mette la desinenza ‘ntsuri a tutto ciò che è bello e buono». C’è una Bellezza giusta, che è anche buona, a cui bisognerebbe ispirare anche le novità architettoniche?

«Personalmente sono molto affascinato da buone bellezze che si confrontano con le culture e le società locali. Mi riferisco a quelle architetture vernacolari che ignorano i canoni classici internazionali ma al contrario rivelano stili locali, quelle che interpretano il contesto quale ricco e unico patrimonio di risorse ambientali e che non nascono per propagande politiche ma da bisogni reali, questo tipo di architettura popolare, ci da una grande lezione di dignità e ci insegna l’equilibrio che ci deve sempre essere tra stile e funzione, gusto e praticità. Nei tanti esempi di architettura vernacolare sparsi nel mondo, l’uomo dimostra di essere stato sempre capace di creare una propria originale bellezza in perfetto equilibrio con le risorse disponibili nel contesto. In questo modo, credo, l’architettura riesce a coniugare il bello e il buono e rispondere concretamente al suo principale obiettivo: dare risposte alle esigenze di spazio dell’uomo in un naturale equilibrio con l’ambiente fisico e culturale».

Tu sei stato anche Assistant Professor presso la BAU Beirut Arab University in Libano. La percezione che noi occidentali abbiamo delle innovazioni architettoniche è quella del resto del mondo, per esempio del Medio Oriente? Insomma: noi occidentali sappiamo veramente dove stiamo andando?

«Beirut è una miscela affascinante di mondo arabo e occidentale, che porta con sé inevitabili contraddizioni. Mi ha sempre affascinato quello strano equilibrio tra progresso e tradizione, spesso presente nel medio oriente, dove a scene urbane ultra moderne si contrappongono immagini di società fortemente legate alle tradizioni, come se cavalcare il progresso non presupponga mettere in dubbio tradizioni e abitudini. La cosa sembra molto diversa in un contesto occidentale dove il progresso si identifica anche nei cambiamenti che la stessa società è disposta a fare. E questo non può che tradursi anche negli spazi dell’architettura».

L’architettura può esprimere un progetto multiculturale? Quali opere recenti vanno in questo senso?

«Tutti gli strumenti che utilizziamo oggi anche nella progettazione ci spingono verso atteggiamenti multi disciplinari e multi autoriali che coinvolgono diverse sensibilità all’interno del processo creativo. In questo modo l’architettura non può che coincidere sempre di più con un risultato partecipato, espressione di diverse competenze come punti di vista. Il progetto TECLA di Mario Cucinella rende bene l’idea delle potenzialità del nostro futuro. In questo prototipo un’interessante nuova combinazione di tecnologia contemporanea, come una ormai tipica stampante 3d e la riscoperta di metodi costruttivi del passato quale la tecnica a colombino dei vasi di argilla, ci dimostra le potenzialità del legame tra progresso e tradizione, e di uno scambio dei saperi che reinterpreta il concetto di cultura in un senso molto ampio».

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