Skip to content
Istantanee da una quarantena
Istantanee da una quarantena

È il 1939 quando la rivista Life chiama Eugene Smith a coprire come fotografo di guerra il teatro bellico del Pacifico: sono immagini, le sue, che diventeranno vere e proprie icone della Seconda Guerra Mondiale e, come ha osservato qualcuno, dimostreranno la capacità di Smith di “raccontare la storia in fotografia”. Quali immagini oggi stanno realmente raccontando la nostra guerra? Quelle dalle trincee delle terapie intensive o, al contrario, quelle sospese nel limbo ovattato delle nostre case?

Infermieri, medici, corsie di ospedali, respiratori, bare, mezzi della protezione civile e poi, ancora, le mascherine con i nomi appese sulla bacheca dei turni e pubblicate in prima pagina su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali. Questo racconto ufficiale del coronavirus sembra non arrestarsi mai: un racconto per immagini che affolla i nostri account whatsapp, i nostri profili social, i siti web che consultiamo per informarci. Sono foto, queste, che documentano il presente della pandemia, la guerra in atto, il dolore dei numeri. Dall’altra parte stanno i mille diari privati o quasi di famiglie e comunità che affrontano il virus ognuna a modo suo, costruendo una nuova quotidianità, come testimonia, ad esempio, anche la massiccia partecipazione ai vari contest #iorestoacasa ideati dalle tante testate locali: cronachemaceratesi.it, il Corriere Adriatico, La Nuova Sardegna, il Quotidiano del Molise e così via. Un fiume di immagini che va in due direzioni: una documentaristica, “di testimonianza”, che raccoglie istantanee straordinariamente potenti; l’altra che articola il racconto in chiave intima, introspettiva, a volte molto autoironica, sicuramente personale. Sono le nostre “cartoline dal coronavirus”, i nostri selfie in pigiama, gli scatti domestici. Eppure, questi scatti sono anche qualcosa di più: sono il bisogno di raccontarsi in una fase di grande spaesamento, di darsi una tangibilità, una raffigurazione concreta in un cosmo infranto:« In mezzo a tutto questo, io esisto ancora». È forse da qui che nascono le nuove scelte e le intuizioni creative del giovane fotografo di Condè Nast Alessio Albi – più di 760mila follower su Instagram – dell’inglese Tim Dunk o, ancora, del fotografo russo Kostantin Chabalov, che peraltro rivendica di essere stato il primo ad avere l’idea di fotografare da remoto le persone attraverso l’applicazione video di FaceTime, lanciando #facetimephotochallenge per le persone in auto-isolamento. Al di là di inutili classifiche, colpisce il fatto che la creatività, ingabbiata dai divieti della quarantena, abbia rifunzionalizzato le tecnologie disponibili, aggirato le barriere del lockdown e abbia finito comunque con l’esprimersi in prodotti artistici di pregio e alta qualità.

Tim Dunk, ad esempio, è il fotografo matrimonialista di Leeds che ha creato il servizio FaceTime PhotoShoots. Ha visto fermarsi la sua attività professionale di fotografo di matrimoni con l’inizio della quarantena. Per questo, ha pensato di realizzare servizi fotografici per coloro che lo contattano su FaceTime. Le persone si prenotano sul suo sito e un servizio costa 50 sterline, 10 delle quali vanno in beneficenza al banco alimentare The Trussel Trust. Il tempo a disposizione è di 30 minuti e serve almeno un iPhone o un iPad. Nonostante si tratti di foto scattate da remoto, si rimane colpiti dal livello artistico degli scatti, caratterizzati da una qualità altissima se si considerano i limiti tecnici della videochiamata. Cimentandosi con questa nuova tecnica, Dunk ha però dimostrato di rimanere creativo e di riuscire a elaborare con i suoi “modelli” nuovi modi di lavorare. La tecnologia utilizzata, infatti, è inevitabilmente lo-fi: si pensi ai modi specifici in cui iPhone legge la luce e alle regolazioni limitate su cui lavorare, elementi utilizzati in modo creativo per favorire un diverso approccio al processo artistico. A fare la differenza infatti sono soprattutto le istruzioni date al modello per regolare il suo ambiente, quindi è la connessione fra i due soggetti, come in una tradizionale sessione di posa.

Nascono così diari fotografici collettivi, memorie private e mosaici di istantanee che documentano un quotidiano senza evoluzione, quasi un eterno presente, mentre fuori la guerra imperversa e tornano in mente le parole della straordinaria Nan Goldin, che sosteneva che la fotografia le aveva salvato spesso la vita, perché nei momenti difficili era «sopravvissuta scattando».

 Fabrizio Broccoletti

 Be shareable. Condividi il post

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Dello stesso autore

Tutti gli Articoli