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Se il curatore è digital
Se il curatore è digital

Intervista a Nicolette Mandarano

Il processo di digitalizzazione del patrimonio artistico e culturale sembra culminare in nuove forme e strategie di relazione dei musei con il loro pubblico. Profili social, siti web, canali youtube, podcast, tour virtuali: le istituzioni museali parlano un linguaggio nuovo, rivolgendosi ad un pubblico sempre più vasto e per certi aspetti difficile da identificare, mentre al loro interno nascono nuovi profili professionali in grado di gestire questo processo. Ne parliamo con Nicolette Mandarano, storica dell’arte e digital media curator delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica Palazzo Barberini e Galleria Corsini.

Quali sono le professionalità nate intorno alle istituzioni museali e ai beni culturali con l’avvento massiccio del digitale? Quali competenze devono avere?
Da un punto di vista formale oggi viene riconosciuta dal Mibact la figura del funzionario di promozione e comunicazione del patrimonio culturale. In realtà, anche se l’avvento del digitale ha portato con sé nuove professionalità, rimane ancora molto da fare: servono, ad esempio, social media manager,  community manager e digital media curator, che si occupano della dimensione manageriale e strategica della comunicazione digitale del museo sia fisico sia digitale. Servono però anche fotografi videomaker, esperti di produzione e post-produzione dei video. In generale, direi che c’è un problema di riconoscimento delle professionalità, ma anche di formazione. Per questo servono dei cambiamenti a partire dalle facoltà umanistiche, in cui il piano di studi dovrebbe essere integrato anche con esami, per esempio, di comunicazione. I professionisti che ci sono oggi in questo campo sono il risultato di una ibridazione delle competenze: sono umanisti, archeologi, archivisti, storici dell’arte che poi si sono avvicinati alla comunicazione digitale.

Fra queste c’è la figura del digital media curator. Chi è e cosa fa? In pratica, cosa significa occuparsi di comunicazione multimediale per un museo e di comunicazione dei beni culturali?
Quella del digital media curator è una figura con una professionalità molto ampia. Da questa figura professionale dipendono la gestione strategica dei social, l’aggiornamento del sito web, ma anche la progettazione dei supporti multimediali, cioè i sistemi digitali e interattivi per la fruizione, come per esempio i totem e le web app, solo per fare due esempi. Si può dire che c’è tutto un mondo ed è per questo che servono competenze molto varie. Innanzitutto, però, occorre conoscere molto bene il museo e cosa contiene, quindi contenitore e contenuto. Solo così si sa cosa si può raccontare nella propria attività di comunicazione. Occorre conoscere aspetti tecnici e potenzialità espressive di strumenti come i social, ma anche di altri strumenti tecnologici, come la realtà virtuale o le app. Bisogna poi ovviamente essere in grado di stabilire quali possono essere utili alla comunicazione della propria istituzione e quali no.

Dall’Informatica applicata ai Beni Culturali alla nascita di figure come quelle dei digital media curator: cosa ha significato per te essere una pioniera lungo questo percorso e cosa è cambiato in questi anni?
In venti anni è cambiato tantissimo. Io ho iniziato a insegnare nel 2001 e quello era un momento in cui si spiegava agli studenti che esistevano determinati siti web e alcune piattaforme per fare ricerca, per esempio. Era la fase del web unidirezionale. Con il web 2.0, quello partecipato, è arrivata invece la rivoluzione che ha consentito a tutti di far sentire la propria voce. È lì che è nato il rapporto tra le istituzioni museali e i fruitori  e che è cambiato l’atteggiamento delle prime, che hanno deciso di aprire le porte alla comunicazione. Alcuni musei, soprattutto all’estero, hanno capito che bisognava investire in comunicazione. Da noi il processo ha incontrato maggiori difficoltà, anche a causa di una certa mentalità che non riconosceva l’importanza di una comunicazione ben costruita Questa rivoluzione ancora non è finita: ci sono ancora tante resistenze, ma anche tanti ambiti da indagare e sono comunque stati fatti tanti passi avanti.

Un tuo libro si intitola “Il marketing culturale nell’era del Web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei”. La comunità virtuale valuta veramente i musei? Secondo quali criteri? In quali sedi? I musei quanto sono sensibili a questo feedback?
Quel libro del 2014 raccoglie i commenti dei visitatori dei musei su Tripadvisor, che è ancora oggi il luogo privilegiato dei feedback degli utenti per le istituzioni culturali. Fino a qualche anno fa nessuno li prendeva in considerazione. Io, nel mio lavoro, lo faccio costantemente. È fondamentale farlo per due ragioni. Innanzitutto perché i visitatori vanno ascoltati. Se si prendono del tempo per scrivere vuol dire che hanno qualcosa da dire e a volte si tratta di un disagio a cui si può porre rimedio. In secondo luogo, perché quando si risponde si rendono conto che i canali sono presidiati e quindi che il loro malcontento viene ascoltato. Insomma: se fai sentire che ci sei si si fornisce aiuto e si contengono le polemiche.

Si può dire che oggi la maggior parte dei musei è presente online, in particolare sui social?
I dati ci dicono che il 60% delle istituzioni museali ha un sito web e che il 76% ha un account social, prevalentemente su Facebook. Va però ricordato che avere un profilo social non vuol dire presidiarlo, a volte non c’è una reale strategia dietro. Il restyling dei siti web di molti musei italiani e stranieri è da collocare tra 2016 e inizio 2018 (Pinacoteca di Brera, Uffizi, Palazzo Barberini, Palazzo Ducale di Urbino, Victoria and Albert Museum e Rijkmuseum ad esempio). Per quanto riguarda i social si può dire che un museo che li presidia è un museo che ha deciso di avviare un dialogo con un pubblico di varia provenienza e con interessi diversi. Non un pubblico di habitué insomma. Per questo sarà un museo che esce dal ricercato linguaggio della scientificità per usarne uno più accessibile a tutti.

Veniamo al passato recente del lockdown. Molti musei in giro per il mondo hanno dato vita a moltissime iniziative interattive e digitali per continuare intercettare visitatori. Come valuti queste strategie adottate in questa fase? Non si è forse esagerato? Invece delle #gettychallenge i musei non devono fare i musei?
Io ho un’opinione piuttosto critica rispetto a questo fenomeno.  Ritengo si sia infatti peccato di overcomunicazione, senza riflettere sul momento che si viveva. Di fatto sono subentrati due problemi: la paura del museo di scomparire e quindi la volontà di “essere digitale” pur di esserci; in secondo luogo si è pensato che le persone fossero troppo sole. Noi abbiamo deciso di non esagerare: una volta a settimana andavano online pillole del curatore  dedicate alle mostre di Orazio Borgianni e di Rembrandt. Ho invece apprezzato le due passeggiate settimanali col direttore del Museo Egizio di Torino e Radio GAMeC, mezz’ora di radio in cui si parlava di tutto, in una città che è stata l’epicentro della pandemia.

In The Participatory Museum, Nina Simon afferma che un museo veramente attento ai suoi visitatori e che cerca con loro un contatto reale e diretto, non può prescindere dalla loro partecipazione anche nella dimensione digitale. Cosa significa esattamente?
Significa che il museo è uno e deve comunicare a più persone possibili. Infatti, non può accogliere tutti nel suo spazio fisico, però perché togliere la possibilità di visitarlo a chi vuole farlo virtualmente?

Maria Elena Colombo, nel volume Musei e cultura digitale espone questi dati: il Metropolitan Museum di New York ha trenta milioni di visitatori complessivi. Di questi ventuno milioni sono visitatori digitali, che evidentemente non possono entrare fisicamente nel museo, ma perché non dovrebbero farlo virtualmente? Lo scopo primario è sempre quello della diffusione della conoscenza. È ovvio che l’esperienza fisica della visione di un’opera non è paragonabile a quella digitale: nel bene e nel male. La copia digitale di un’opera però permette, ad esempio, di vedere dettagli minuscoli, che altrimenti non potrei mai cogliere. Perché dovrei rinunciare a quest’esperienza? Il paragone fra le due esperienze semplicemente non è fattibile, perché sono incomparabili, forse da vivere entrambe.

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